UNA LUCIDA, SURREALE FOLLIA
Salvator Dalì in una mostra a Palazzo dei Normann

Tutti conoscono Salvador Dalì per le sue stravaganze e per i suoi dipinti, che riflettono i più ossessivi fantasmi del suo subconscio, ma l'artista spagnolo è stato anche un prolifico scultore. Anzi proprio nella tridimensionalità delle forme Dalì riusciva a esprimere con maggiore compiutezza la sua ricchezza espressiva.
L'opera emblematica delle sue sculture è certamente "L'elefante spaziale" del 1980, ma tante altre creazioni rappresentano questa seconda faccia dell'artista catalano: dalle Veneri ad "Alice nel paese delle meraviglie", orologi molli tra le cui lancette si annidano formiche, elefanti che camminano su trampoli scheletrici, giraffe dalle criniere in fiamme e deformi. Un mondo onirico, dalle forme più fantasiose e fantastiche, uscite dalla mente di quel pittore-scultore "dell'Lsd senza Lsd", come Dalì veniva definito da Timothy Leary.
Lo scrittore inglese Aldous Huxley ha scritto che "non esiste il surrealismo ma esistono i surrealisti". Una definizione che sembra scritta per Salvator Dalì che peraltro, quando ruppe nel 1929 con il gruppo storico di Andrè Breton, commentò: "La differenza fra me e i surrealisti è che io sono surrealista". In realtà, si disse che il conflitto si consumò per motivi (o pretesti) politici. Dalì teorizzò e praticò, con una coerenza durata tutta una vita, una lucida, surreale follia, fatta di continue brillanti, fantasmagoriche provocazioni, con una tendenza all'auto-esaltazione e al paradosso che tro-va rari riscontri.
Forse solo la forte personalità di Oscar Wilde si può accostare, per la platealità della sua vita pubblica, a quella del pittore spagnolo.
Vi è una ricca antologia dei suoi pensieri che sottolineano l'inestricabile intreccio tra la sua vita d'artista e la sua vita di uomo. Più di tutte questa frase sintetizza il suo ego, il suo autoconvincimento di essere realmente un genio:
"Cosa vorrei essere se dovessi rinascere? Dalì, naturalmente. Io sono nato per vivere in una nuvola di gloria". E ancora: "Io sono come una matto, con la differenza che non sono matto".
Ma Dalì, se si prescinde dagli aspetti pittoreschi e platealmente esibizionisti del personaggio che amava quotidianamente interpretare, è forse l'artista che più si impegna, con una forte passione creativa, per rendere visibili i "mostri" del nostro subconscio. La sua ricerca finisce anche per far nascere un metodo: "il metodo della paranoica critica", come conferma anche uno psicanalista che lo stimava molto, Jacques Lacan. Dalì, a differenza di Mirò (un altro grande pittore catalano e surrealista), che si affida alla scoperta del cielo infantile e spesso ai segni ispirati dai disegni preistorici scoperti nelle grotte, nuota controcorrente, svelando mille esempi di innocenza ferita, di complicazioni psicologiche ed erotiche. E tutto questo facendolo emergere con virtuosismi prospettici e con una tecnica pittoricamente tridimensionale che colpisce con forza, anche con brutalità e provocazione, l'occhio e l'immaginazione. "Foto a colori, istantanee fatte a mano". Così il grande pittore catalano voleva che apparissero le sue tele. Egli voleva sempre stupire, non certo con impressioni "fotografiche" dei suoi dipinti, ma con segni e colori che dessero una rappresentazione visibile delle "sopraffine, stravaganti, extraplastiche, extrapittoriche, superclassiche, illusorie, ipernormali, malate immagini di tangibile irrazionalità".
Per questo suo appassionato impegno Dalì non utilizzava solo i riferimenti della esperienza artistica di grandi maestri come Vermeer, Velasquez, Zurbaran, Ingres, Friederich; per non parlare dell'ispi-razione, degli spunti e stimoli tratti dai bodegones seicenteschi, dai paesaggi preraffaelliti e dai pompiers Meissonnier Bouguereau. Ma Dalì fu anche un modernista (era notoria la sua sconfinata ammirazione per Picasso) e un anticipatore di tecniche artistiche che sperimentò instancabilmente sino alla morte, sia nella pittura che nella scultura.
Egli però rimarrà nella storia dell'arte come "un genio" che più di altri cercò di "materializzare immagini dell'irrazionale con la più spietata precisione, in modo che il mondo dell'immaginazione e dell'inconscio sia così oggettivamente evidente e abbia la stessa consistenza, durabilità, persuasività e conoscibilità del mondo esterno, della realtà fenomenica". Dall'incontro con la psicoanalisi di Freud esplose dunque incontenibile il mondo creativo fatto di ossessioni, angosce, paure, desideri e fughe, di un maestro che è giusto non ricordare solo per la sua gioiosa vitalità, i suoi baffi tenuti rigidamente in alto "come due sentinelle", per il suo grande amore per Gaia (la sua compagna e musa per tutta la vita) o solo per il suo desiderio di scandalizzare sempre tutti.
"La pittura, dopo tutto, diceva, non è che una piccola parte del mio genio. Dite pure che sono un pessimo pittore, purché riconosciate che sono un personaggio straordinario".
Non ci credete: Dalì puntava solo, esclusivamente sulla sua arte, pittura e scultura, sulla capacità di stupire e svelare gli aspetti più nascosti dell'animo umano. Ed è solo per questo che dovremmo essergli riconoscenti.
Aldo Forbice

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