I COLLOQUI DELL'ANIMA
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| n "Lettere ad un giovane
poeta" Rainer Maria Rilke, consigliava al Sig. Kappus, un ragazzo che aveva
intrapreso l'ardua strada della scrittura in versi, di non scrivere poesie d'amore per
evitare le forme correnti e abituali in quanto quelle più difficili, ove bisognava grande
e già matura forza. Ecco questa affermazione m'ha fatto subito pensare a "Il Fiore Azzurro" di Antonino Giardina non tanto per il fatto che la sua poesia sia una sorta di tela ricamata, intessuta di solo amore, e quindi ricca di personali forti emozioni, quanto per questa naturale apertura alla persona amata che fa della sua scrittura versificata una sorta di spasmodica tensione (così come Platone definiva l'amore) di matura forza. Così Myriam è tutto e ad ogni poesia, ad ogni strofa, ad ogni verso, ad ogni parola è presente, con i suoi fluenti capelli, con la freschezza delle labbra, con gli occhi luminosi sognanti, dallo sguardo avvolgente, per un sogno di bellezza idealizzata. E il poeta per Lei perderebbe ogni cosa, anche se stesso, sino a perdersi dentro i suoi occhi sino a fondersi, ad essere una sola cosa. E qui la parola non basta, non sembra più essere sufficiente a spiegare... il volo è troppo alto (mi basta che Tu esista/mi basta che Tu viva/. Il resto è silenzio). Non c'è niente di inespresso, tutto è detto e la poesia, nel suo contenuto si contrae tra la forza, il coraggio del poeta, che dichiara il suo amore in una totale sua sublimazione e la sua fragilità implorante d'amore, del desiderio inappagato, dell'ir-realizzabile, tra la tensione che si avverte, si tocca quasi con mano, del suo ardore e la dolcezza con la quale descrive la donna amata, il suo gentil porsi sino a smarrirsi, sino a chiedere a Myriam di amarlo, di lasciarsi da Lei inebriare, sino a far di Myriam la sua guida nei giorni oltre la morte. Il poeta Giardina, così, come Dante, cerca un'angelica creatura che per mano lo prenda e lo conduca a Dio, una sorta di sogno liberatorio da un tormentoso amore che lo esalta ma che, essendo sogno, inconsistenza, contemporaneamente lo strugge. E allora la memoria che risale grazie ad una melodia che diventa rimembranza, il ricordo del Paradiso Perduto, che si traduce in nostalgia (dolore del ritorno) di un amore che è un vago viso, un vago corpo, una vaga anima che nonostante tutto è serbata bene nelle profondità del suo animo. Ma il culmine del suo poetare, a mio avviso, raggiunge l'apice qualora invoca la natura, nelle sue sfumature più dolci, nella sua bellezza assoluta, Ho bisogno/di cieli azzurri e sereni/per vivere, Ho bisogno/ di orizzonti infiniti/per sopravvivere come un bisogno di serenità interiore per un'anima stanca di patire. Antonino Giardina ancora una volta, instancabile, invoca la donna amata perché di Lei ha bisogno per amare così come del suo cuore. Ma forse l'accostamento Natura-Donna, a mio avviso, in lui è Dio stesso; la sua poesia del resto, autentica invocazione allo spirito, non è che quel tentativo di elevarsi a forme più alte per raggiungere un Cielo dove Angeli cantano in coro, per raggiungere un Paradiso Ideale dove tutto è quiete, per raggiungere il creatore che è Amore, unica vera nostra fonte di salvezza. Girolamo Pantaleone |
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