Vi saranno segni nel sole,
nella luna e nelle stelle...
Luca, 21, 25
È un'immagine di fuoco e pur di fragilità, quella che affiora dagli "Appunti
di Pentecoste" consegnati alle eteroclite iconologie pasquali di SALV. CAPUTO. Ma,
nel contempo, dalla fragilità sembra sprigionarsi la forza (una sorta di "spes
contra spem") mossa da un variegato èmpito sacrale, inserita in un perimetro di
raccoglimento ed equilibrato ardore.
Non a caso arde il rosso carminio dei petali generati dalla "Pasqua delle rose",
riversando il tutto in un'atmosfera condensata tra gotiche sembianze architettoniche,
sospinta verso oscuri camminamenti, dispersa in intricati quanto luminosi diorami
naturali. SALV. CAPUTO elabora il suo labirinto d'incontri, nel nerbo costante di un
racconto dove l'evangelo si dipana sul filo della personale (singolare) emotività.
Questa, sostenuta da una creativa ansia, è pronta a nutrire quel naturalismo dal
costrutto ossessivo, compreso tra gli spigoli della nuova figurazione e della surrealtà,
e nel quale il dettato sacro trova il suo canto e la sua liberazione.
La simbologia del "Risorto" viene qui addensata nei momenti di una continua
rivisitazione memoriale dei propri "fogli di scrittura pittorica" intrisi di
personale "antropologia". Allora il grande respiro dei Nèbrodi coinvolge, con
limpida armonia descrittiva, le celate orografie dalla Galilea alla Betania, mentre il
Tabor non visibile cede il posto alle nubi della salvezza, a quell'unica speranza di
redenzione che il Cristo, col suo estremo sacrificio, ha voluto donare all'umanità
dolente.
L'azione purificatrice è storia (qui tracciata fuori dall'illu-strazione) dei momenti
emblematici, drammatici e gioiosi della cronaca cristiana.
Il dato icastico di questi "appunti del sacro", riconnessi con le precedenti
esperienze del "recinto luminoso" (della natività), sta nella sua
interagibilità con tutte quelle esigenze legate al colloquio umano e spirituale che SALV.
CAPUTO intreccia, da diversi anni, soprattutto con la mediazione di se stesso; un
interrogarsi, come spesso fa l'arte, sulla pratica creativa in rapporto con il divino, che
(ricordiamo le grandi esperienze lasciateci da Fazzini o Annigoni) può condurre,
attraverso asprezze appaganti, ad una visibilità più tersa sulla presenza e sul
significato dell'uo-mo posto in questo inconoscibile scenario dell'universo.
Nel suo lavorio pittorico si assiste, per l'appunto, ad una probante osmosi tra il grande
mantello della presenza divina e il racconto dei miti e della natura che, tutti insieme,
costituiscono l'endoscheletro culturale della nostra complessa realtà.
Ma, forse, più d'ogni altra cosa, il dettato espressivo di questa sacrale ridondanza ci
sembra riflesso in quell'idea che Caputo possiede (e di continuo rielabora) della natura,
della stessa architettura, dove appunto, albero, pietra, uomo, appaiono sovrastati e
immersi nell'occhio impenetrabile, e nello stesso tempo amorevole, del Dio degli umili
aperto, sin dalla sua nascita, al sacrificio.
"Pronto", così come recitava un verso di Cattafi, all'ultimo passo, pur di
riscattare l'abisso duro dell'umana dispersione.
Aldo Gerbino |

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